CARAMELLA: Capitolo I – Bisogni primari

 

Era abitudine che alle 09:35 di ogni mattina Kitaro allungasse la mano, frugasse nella tasca e trovasse una caramella. Una caramella qualsiasi, non importava il gusto, né la forma o la carta in cui era avvolta, gli bastava prenderla di sfuggita da qualche bar, quand’era fortunato se la conservava nel tempo, girandosela e rigirandosela tra le dita nei momenti in cui voleva qualcosa da toccare. Un po’ come faceva con le sue clienti.

In quel giorno fu un vero caso che prese la sua caramella nel mentre che si trovava nella metropolitana di Tokyo, alla fermata Shibuya. La stava scartando tra le mani proprio davanti a un cartellone pubblicitario in cui c’era una sua foto. Era per un locale molto in voga di Tokyo, il secondo in ordine d’importanza per cui lavorava.

Però quella foto gli piaceva in particolar modo, forse per via dell’abbigliamento che gli avevano fatto indossare, gli abiti di un nobile samurai. No, rifletté tra sé e sé: era per il trucco che gli nascondeva gli occhi verdi. Quegli occhi erano l’unico strascico di una madre straniera. Il suo disonore. Ma questa era una considerazione che sapevano solo lui, se stesso e il suo specchio.

Ci sono pochi Host in Giappone che hanno gli occhi verdi: questo lo sapevano tutti. E proprio per questo conoscevano tutti il suo nome, che a lui piacesse o no.

La caramella di quel martedì mattina era una caramella “panna e fragola“. Una fra le sue preferite. La fece rigirare tra lingua e palato, assaporandosi la visione di quel cartellone pubblicitario.

In quel preciso momento nessuno gli si avvicinò, nessuno lo riconobbe. Lui era nessuno, un punto in mezzo a una folla di punti. Era quel momento dentro l’occhio del ciclone, la calma che si poteva gustare prima che tutto finisse, tra ragazze concitate che venivano da lui per un autografo, tra gridolini acuti, tra lingue e denti.

Kitaro riprese il trolley, stazionato anche lui, come tutta la sua vita, di fronte a quel cartellone pubblicitario.

Non era solo, gli Host difficilmente possono girovagare da soli: con lui c’erano altri due colleghi di lavoro, il loro agente e un altro ragazzo che, sfortunatamente, non si ricordava cosa facesse con lui. A Kitaro difficilmente interessava molto con chi andasse in giro. L’importante era andare. Sempre avanti.

Per questo andò a sbattere contro la figura rannicchiata in terra. Perché le persone che vogliono andare sempre avanti, di solito riescono ad andare avanti. Senza guardarsi attorno.

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About the author: Elisa Erriu

Se sei venuto fin qui per saperne di più sulla mia vita, hai in ogni caso compiuto un'azione più virtuosa di quella che stavi facendo prima. Complimenti! E ora ti svelerò i miei segreti...

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