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© 2019 by Elisa Erriu. Journalist & Writer

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  • Elisa Erriu

È nato di Martedì: AMIÁNTO



Quegli sporchi Bianchi l'avrebbero sicuramente uccisa, impiccandola come una ladra. Ma solo dopo averla picchiata, torturata e violentata. Avrebbero preso tutto dal suo corpo, tutto quello che lei non aveva mai dato a loro. Perché era questo che facevano i Bianchi: loro prendevano quello che non meritavano.

In un qualche modo, in un modo dolce, anche lei era così. Lei si era presa tutto da lui: il suo segreto, il suo crine, il suo seme. Il suo cuore.

Da quando le pianure di Orosei cominciarono a bagnarsi dell'aria del mare, Amìanto, l'unicorno nero, galoppava libero e selvaggio accarezzando la sabbia, affrontando il vento. Quel vento portava fino a lui le voci delle leggende che gli dedicavano: alcuni dicevano che era un demone o lo spettro di uno stregone che non aveva trovato la pace. Per questo era ritornato dalle profondità dell’aldilà nella forma della "bellezza del buio", una forma con cui i Bianchi cercavano di dare un volto a ciò che non capivano. Mai Amìanto avrebbe detto che una di loro, una Bianca, avrebbe potuto fermare la sua folle corsa. Ma fu così: lei si chiamava Aruàlde. Una "Domina". Una padrona, era questo per lui, ed era l'unica che non aveva mai provato a domarlo. Era capitata nella sua folle corsa il giorno in cui aveva invaso un villaggio dei Bianchi e avevano provato a dargli la caccia, con quegli spregevoli lacci e frustini. Era capitata nella vita di Amìanto mentre tutti lo odiavano e lo temevano, invece lei, coi suoi capelli castani e gli occhi di quel colore che gli ricordavano l'orzo di cui si nutriva da piccolo, gli aveva proteso soltanto un braccio indifeso. «Aruàlde, non possiamo», le diceva spesso. Nelle notti in cui la luna appariva nel cielo, i raggi notturni denudavano l'unicorno della sua forma animale e lo rivestivano di quella umana. Ma Aruàlde non era mai riuscita a distinguerlo con nitidezza, come se il manto nero di Amìanto si mescolasse con la notte e la magia lasciava il suo corpo nel mistero. Solo con le sue mani l'aveva conosciuto. Solo con la sua bocca, coi suoi sospiri e con tutto il suo amore. Come fosse un Sogno. «Aruàlde, non dobbiamo.»

«Perché un animale così libero ha catene così crudeli?» Aruàlde glielo chiedeva sempre e lui non rispondeva mai. Un unicorno nero vive nella notte, non può conoscere la luce che l'amore riserba.

La risposta a questa domanda, tuttavia, si affacciò sul mare, quando i Bianchi vennero a prendere Aruàlde a casa sua.

Le misero le catene e la condannarono a morte di fronte a un sole appena morto. Si levò alta, nella forma di un nitrito demoniaco. L'unicorno nero scese dalla pianura e si lanciò in una folle corsa, verso la sua Domina: la infilzò e la portò via con sé.

All’ombra di una luna pallida, Aruàlde poté vivere un’ultima volta, sospirando il suo amore dentro la bocca del suo amato. Come fosse un Sogno.




Elisa Erriu
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