• Elisa Erriu

È nato di Martedì: CAMELIA


Racconto breve - Camelia

«Mi chiamo Camelia e sono undici giorni che non vado a letto con un mio parente».

Uno scroscìo di applausi si leva alto dall’auditorium. La sala è stata presa in affitto da un Liceo statale, il palco è stato appena restaurato, si può ancora sentire l’odore della pittura e della resina per il parquet. Ma il resto della sala, si può dire, cade letteralmente a pezzi.

Racconto breve - Camelia 2

Dalle poltrone si levano applausi e qualche soffio d’imbottitura o forse è soltanto polvere. Mi fa sorridere e questo smorza il mio nervosismo. Sembra che gli applausi mi stiano impollinando. E considerando che nel nostro Club di ADP, ovvero il Club degli Affetti da Disturbi Psichiatrici, ci chiamino tutti con nomi di fiori, mi fa ridere. Mi immagino che i miei colleghi mi stiano davvero irrorando del loro polline. Mi fa eccitare.


Scendo subito dal palco perché sento che non sono in grado di andare avanti. Forse i miei colleghi si erano aspettati qualcosa di più, forse avrebbero voluto che raccontassi qualche altro scorcio di vita, qualche altra confessione, forse avevano preteso che avessi alimentato le loro speranze, come dovrebbe capitare in questo tipo di riunioni. O semplicemente avevano bramato da me nuovo cibo per i loro Disturbi.


Il curatore delle riunioni è il nostro psichiatra curante, il Dott. Nieswojski. Con lui mi sento sempre al sicuro, ci tratta bene, vuole che guariamo o che, in un modo o l’altro, conviviamo con i nostri Disturbi, ed è per questo che mi fa un cenno col capo, sollevando la penna e annotando compiaciuto sul suo taccuino. E questo mi fa eccitare sempre di più.

Sul palco, prende posto mio cugino, Giglio. Con lui non ho condiviso solo lo stesso Club, le stesse sedute e gli stessi colleghi. «Mi chiamo Giglio», si ferma. Vedo che mi guarda e vede che lo sto guardando. «E sono tre giorni che non faccio sesso con un mio parente».

Gli applausi si levano più imbarazzati, ovattati. O forse sono io che non sento bene. Ha detto “tre giorni”?

Narciso e Girasole si avvicinano a me: «Ehi, Camelia? Ma è vero che sei undici giorni a secco?», sorride Girasole. Che termine volgare "sei a secco". Odio i maleducati. Non mi giro nemmeno a fissarlo. Per quanto riconosca che, col suo viso squadrato e mascolino, sia uno dei ragazzi più carini con cui sia mai andata a letto.

«Camelia?» Narciso mi prende la mano e mi bacia il palmo. «Camelia, brava, sono contento. Tu non mi tradiresti mai, vero, Camelia?»

«Ehi, coglione? Stavo parlando io con Camelia, levati dal cazzo!» Girasole spinge a malo modo Narciso lontano da me. Girasole è affetto da quel Disturbo che molti chiamano, oserei dire impropriamente, “rabbia“. In realtà la “rabbia” è una malattia che colpisce in diverse forme e il più delle volte in modi nascosti. Come ad esempio ha colpito Narciso.

Narciso, districandosi tra le poltrone in cui è caduto, tira fuori un coltellino dalla camicia viola, si mette in posizione di scherma e scatta contro Girasole.

Narciso ha un viso fanciullesco per i miei gusti, capelli lunghi e un fisico troppo asciutto. Ma mi giro a fissarlo, riassaporando l’eleganza che emana. Mi lecco le labbra, ricordando quanto buono fosse il suo nettare.


Sulla maglietta fantasiosa di Girasole ci sono macchie rosse che, subito, fanno gridare dall’emozione Rosa. Lei adora il sangue. Sarei andata a letto più spesso con lei, se non fosse che voleva farlo soltanto quando avevo il ciclo.


Il Dott. Nieswojski si è già messo in mezzo tra i due contendenti, le urla di Girasole fanno rabbrividire tutti gli altri, tranne Iris che ama, invece, ogni aspetto della violenza. Infliggerla ma soprattutto subirla.


Io, adesso, ho occhi solo per Giglio. Lui continua a parlare, come se niente fosse, fissando sempre me: «l’ultima volta che ho ceduto al mio Disturbo, è stato Sabato. Ero con mia madre e sono sicuro che mio padre è rimasto a guardarmi dallo spioncino della porta. Ne sono sicuro perché ho sentito il suo respiro moscio».

Giglio è sempre stato il più affascinante, il più bravo, il migliore. Il mio più grande errore. Non riesco a distogliere lo sguardo mentre continua, nel dettaglio, a raccontare tutto quello che è successo: «come forse vi ho già raccontato altre volte, non riesco a discernere le donne. Per me le donne sono donne. Punto. Non hanno titoli, targhette, differenze sociali. Io le amo tutte. Tutte hanno vagine e orgasmi. Per questo, sin da quando ho memoria, ho sedotto tutte loro, finché potevo. E quando non potevo, le seducevo ancora di più».

Le urla di Girasole suggeriscono che alle mie spalle si sta compiendo qualcosa di atroce, terribile, profondamente disturbato. Ma io non mi giro. Giglio mi ha incatenata. Io rimango al mio solito distaccata, il mio sguardo è algido, non traspare niente dal mio corpo. Dentro, sto bruciando.


«Mi è sempre venuto… con facilità. Il sedurre le donne, intendo», e nel dire ciò, Giglio dedica a Iris uno sguardo ammiccante. «Non è che siamo poi così diversi da loro, noi uomini. Non ho mai apprezzato il sessismo, in effetti. Per il sesso è tutto un altro discorso. Non so perché mi trovo, per l’appunto, su questo palco: sono tre mesi che lo condivido con Camelia per il puro piacere di seguirla ovunque lei vada. So benissimo che lei ha scopato, praticamente, con tutti voi, compreso il Dott. Nieswojski», a sentir pronunciare il suo nome, il Dottore si gira, lasciando al loro destino Girasole, Narciso, Iris, Rosa, Orchidea, Sterlizia, Papavero e Gelsomino.


«Sì, Dottore, io so tutto quanto. E a lei non serve, invece, sapere un bel niente. Tranne sapere che Orchidea ha tanti difetti, tranne quello di non saper usare la bocca».

Giglio sa quanto mi dia fastidio la maleducazione e proprio per questo la sta usando in ogni modo possibile. Non voglio dargli ancora adito, faccio per alzarmi, ma appena lo faccio, Giglio mi inchioda ancora col suo sguardo di ghiaccio.



«Mia cara, Camelia, tu non vai da nessuna parte. Adesso tocca a me parlare».

I suoi occhi azzurri, quasi dello stesso colore dei suoi capelli, si riflettono dentro i miei occhi rossi. Siamo fuoco e neve, sangue e latte, carne e seme. Mi sento veramente un fiore fragile di fronte a lui e, proprio come un fiore, non scappo di fronte alle forbici per la potatura.


«Siamo venuti insieme qui per un tuo capriccio, proprio per questo Dottore che trovi così affascinante. Non volevi farti curare; tu, come me, non trovi niente di strano nel nostro Disturbo. Tu lo vivi e lo fai vivere anche agli altri, l'hai fatto provare anche al Dottore che, al contrario di tutti quelli che abbiamo già assaggiato lì fuori, ci aiuta e soprattutto ci asseconda. È un vanesio e presuntuoso figlio di puttana come tutti coloro che chiamano "Disturbi" i loro pregi, le loro caratteristiche, i petali che differenziano il Giglio dalla Margherita. Ma ora dimmi, Camelia, se non è vero quello che dico, se il tuo scopo unico non è quello di sempre: fare l’amore con tutti, perché tu, l’amore, lo vuoi inseminare come se fossi veramente un fiore


Il Dottore è sul punto di dire qualcosa, ma io mi lancio verso il palco, bloccando lui e Giglio.

«No, Giglio», gli dico sul viso. «Io trovo veramente sbagliato quello che facciamo. Io volevo veramente farmi curare. Ma su una cosa non sbagli: il mio unico scopo è l’amore».

Giglio sorride: «vuoi come sempre attribuire la colpa a me?»

«Voglio scoprire se l’amore ha limiti», gli rispondo.

«Dovresti sapere ormai bene… che non è così».


Mentre le sirene dell’ambulanza e della polizia accorrono in quell’auditorium decadente, sul palco restaurato io e Giglio ci abbracciamo, ci baciamo, ci fondiamo, sotto lo sguardo del Dottore che, lentamente, timidamente, diventa contagiato e partecipe del nostro stesso amore. E ci ritroviamo alla fine tutti incuranti di quel miserevole palcoscenico che chiamavamo “Club degli ADP“.


Elisa Erriu
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