• Elisa Erriu

È nato di Martedì: MADDISON



Il sapore del caffé, per un cieco, è prodigiosamente intenso.

Prendiamo quella storia che si racconta, quella storia sullo sviluppo di uno dei tuoi sensi quando viene a mancarne uno. Come se in fin dei conti la vita non sia davvero così stronza e avida, come se nel prendere qualcosa da te, lo faccia per darti qualcosa in cambio.

Ecco, prendiamo questa prospettiva. Perdere la vista non è poi così male, ne guadagni nel gusto. Cremoso, tostato, amaro, avvolgente. Col passaggio della lingua sul caffè, puoi lambire la differenza tra il derivato in polvere e quello macinato a mano, puoi assaporare la differenza tra un arabico e un Liberica, puoi accarezzare le colline su cui la piantagione è cresciuta, immaginando fino mai le nervature e i polsi che hanno trasmesso la loro forza a quei chicchi così reticenti.

«Sant’Iddio, se è caldo», dovetti ammettere. Quando perdi la vista, vedi molto meglio. Vedi cose che altri non vedono. E forse un motivo per cui gli altri non le vedono, sta nel fatto che ti fanno male, ti bruciano.

«Non nominare il nome di Dio invano, Alan.» Non è possibile. Ancora, anche quella mattina, Maddison era lì con me. Quando perdi la vista, vedi molto meglio. Vedi cose che altri non vedono. Come l’angelo che mi seguiva imperterrito.

«No, senti», incespicai con la lingua dolorante che ballava come un’anguilla tra le mani di un pescatore, «non puoi seguivmi anche oggi. Non hai di meio da fave? Devo fave una visita impovtante. Lasciami in pace.» Sapevo di risultare più patetico del solito: un omino di colore, sbiancato dall’età, che parlava timidamente a voce bassa, sbagliando persino le parole a causa del mio vano tentativo di raffreddarmi la lingua. Ma la cosa ancora più patetica, era che gesticolavo come se avessi davvero qualcuno davanti a me, quando, di sicuro, stavo parlando da solo anche oggi.

«Sono qui apposta proprio per quella visita importante, Alan. Ma se vuoi nominare il nostro Signore, ti esorto di farlo in una preghiera

«No, ascolta, non…non voglio ripetermi. Mi hai pedinato al telefono già abbastanza, adesso non cominciare a seguirmi. Ho perso un treno, mi sono bruciato con la moca e ho calpestato la zampa di Raul per colpa tua. Ora, ti prego, lasciami in pace.» Tirai le monetine sul tavolo per pagare il caffé, prima che qualcuno si avvicinasse. Ma qualcosa cadde, perché sfiorai un pezzo di carta, forse il tovagliolo, e Raul, il mio dolce cane guida, bofonchiò qualcosa.

«Aspetti che l’aiuto.» Ecco, la cameriera era accorsa verso di me in soccorso. Forse aveva visto tutta la scena e chi sa com'era sembrata ai suoi occhi.

«No, no, lasci stare, la prego», i passi della cameriera mi fecero dondolare la testa. Stavo per rinominare Dio, come esclamazione o esortazione. Ma non volevo che Maddison mi cacciasse in un’altra situazione imbarazzante.

«È…è buono?» La voce della cameriera proveniva dal basso.

«Sono buonissimo come un muffin al cioccolato.» È per questo che mi dicono che ho un ottimo senso dell'umorismo. La mia frase l’aveva fatta ridere. Abbassai la testa e indicai il mio dolce Raul. «Ah, ma diceva al mio compagno di viaggi? Mi perdoni», lo accarezzai con qualche pacca sul posteriore. «È un ragazzone dal cuore d’oro, come può vedere. Può vedere almeno lei, giusto?»

Ho l’abitudine di interessarmi sempre sulle condizioni oftalmiche del mio interlocutore. Forse ho la speranza un giorno di incontrare qualcuno che mi dica “no, amico, siamo sulla stessa barca“, che smorzi il mio sorriso e tutta quella snervante insistenza di mostrarmi un burlone di fronte a un paio di occhi in cui non potrò mai riflettermi. Ecco, questo era il riassunto della mia vita: un cieco che si sforza di apparire.

Raul sbuffò, facendomi sapere che apprezzava le carezze della cameriera. La sua coda sulla mia gamba sbatteva come una lancetta impazzita, le morbide carezze allisciavano piano il pelo.

«Questa donna ha un’anima molto bella, Alan. Avrà all’incirca quarant’anni, capelli scuri, pelle scura come la tua e un bel sorriso. Piace anche a Raul, dopo tutto

«Raul è un cucciolone muscoloso e il muscolo più pompato che ha è il cuore.»

«Si vede che è buono», rispose la cameriera. Come le potevo spiegare che non mi rivolgevo a lei stavolta? «Sì, è vero, signorina. Si vede proprio che è buono.»

«Ehm…mi scusi. Forse sono inopportuna», tentennò, forse era convinta che quel “si vede” fosse di troppo. «Non si preoccupi. Almeno spero di averla convinta che il mio amico qui è un bravo ragazzo.»

«Sì, è proprio un bravo ragazzo. Dicono che i pitbull siano cani cattivi, ma sono tutte dicerie.»

«Un pitbull? Ma io avevo chiesto un Labrador!» La cameriera rise di nuovo. Un gorgeggio delicato, da cantante, da ragazza in una sera d’estate. Forse ero arrossito. Abbassai il capo per non farmi notare. Questo gesto involontario forse mi fece arrossire ancora di più, perché la cameriera rimase lì e mi appoggiò una mano sulla spalla.

Il profumo del caffè mi travolse, fu inutile l’odore del sapone o dei pancake caldi e delle spremute d’arancia. Le sue mani sapevano di un intenso, aromatico, miracoloso caffè che non poteva essere nascosto, lo sentivo fin sul palato, lo facevo rimbalzare fin sul cuore.

«Le fa piacere se…posso accompagnarla da qualche parte?» Non riuscii a interpretare l'affermazione che mi aveva appena posto la cameriera.

«Sta ancora sorridendo, Alan

«Senta…scusi la domanda, signorina. Ma…lei ha sentito?» incespicai, ma alla fine glielo chiesi. «Mh, cosa di preciso?»

«Una voce, quella che ha appena detto che sta sorridendo», avrei potuto quasi sentire il movimento che fece con la testa e con le sopracciglia increspate. «No…non credo.» La cameriera si era discostata, forse mi osservava con occhi diversi. Forse non sorrideva più.

«Lasci perdere. Le chiedo scusa.» Ecco. Meglio dirigersi in fretta verso l’uscita. Anche stavolta quel dannato di Maddison lo sentivo solo io e non lo vedeva nessuno. O forse tutti mi stavano facendo un enorme scherzo, quello che il destino aveva incominciato dal momento in cui mi avevano diagnosticato la cecità permanente.

Mi affrettai, presi il cappotto, presi Raul, l’ultima goccia d’orgoglio che mi era rimasta e mi diressi verso il mio appuntamento, anche prima dell’orario prestabilito. Avrei usato di nuovo la scusa che non avevo visto l’ora.

«Signore, sicuro di stare bene? Ha lasciato più monete di quelle che servano, mi permetta di accompagnarla almeno alla porta.» La cameriera era ancora là.

«Non si preoccupi, signorina, davvero. Ho un appuntamento importante, non voglio disturbarla ulteriormente.» Volevo assolutamente, il più in fretta possibile, sapere cosa mi avrebbero detto i dottori, se il mio esame avrebbe posto fine o inizio alla mia vita. Volevo sapere, poiché se mi avessero detto quelle fatidiche parole che iniziano con "can" e finiscono con "cro", era la volta buona che mi buttavo dalla finestra.

«Alan? Perché devi essere sempre così melodrammatico?»

«Perché sento, parlo e tocco una persona che dice di essere un angelo, ma nessun altro la vede. E ti giuro, quant’è vero il santissimo Iddio, che voglio farla finita con questa storia. Che mi sembra sia già abbastanza patetica da raccontare, figuriamoci da vivere.»

Uscii dal locale in fretta e furia, con la voce del bar, della cameriera e degli sguardi che sicuramente dovevano avermi seguito.

Maddison appoggiò una sua ala sulla mia spalla, come per abbracciarmi, per proteggermi. «La vita, Alan, è come un caffè. Amaro per necessità, dolce per abitudine. E pensa la fortuna che ti è stata concessa nell’avere la possibilità di assaporarlo in un modo così prodigioso. E ora… Cosa ti avevo detto sul non nominare il nome di Nostro Signore invano

«Va bene, Maddison, pregherò: ti prego di renderti visibile, per gli altri, rendendomi ricco sfondato. E se proprio non vuoi dimostrare che non sono pazzo, almeno rendimi giustizia e non dimostrarti un cancro al cervello.»

Le piume di Maddison frusciarono sulle mie spalle come una brezza di sole. Quante persone avrebbero voluto provare quella sensazione, quanti avrebbero pianto e riso, sentendosi benedetti da una presenza simile.

«Alan, mio caro, un giorno ti verrà rivelato il motivo per cui, grazie ai tuoi occhi socchiusi, tu sia stato prescelto come la mia guida

«Sì, me l’hai già detto. Inizio a pensare che sia merito della mia di guida. Senti come Raul apre la folla.» Raul volse il suo tronco massiccio per bofonchiarmi un abbaio. In quel momento si fermò, si attaccò alla mia gamba e scodinzolò.

«Che ti prende, vecchio mio?»

«Niente. La stavo aspettando», anche se non era facile interpretare espressioni e profumi di Maddison, avevo la sensazione che stesse sorridendo.

Movimenti alle mie spalle, un intenso raggio di sole. Sentii una mano che mi trattenne per la spalla. Il profumo del caffè mi travolse, inutile l’odore del sapone, dei pancake caldi e delle spremute d’arancia. Le sue mani sapevano di un intenso, aromatico, miracoloso caffè, lo sentivo fin sul palato, lo facevo rimbalzare fin sul cuore.


Il sapore del caffé, per un cieco, è prodigiosamente intenso. Prendiamo quella storia che si racconta, quella storia sullo sviluppo di uno dei tuoi sensi quando viene a mancarne uno. Come se in fin dei conti la vita non sia davvero così stronza e avida, come se nel prendere qualcosa da te, lo faccia per darti qualcosa in cambio. Ecco, prendiamo questa prospettiva. Perdere la vista non è poi così male, ne guadagni nel gusto. Cremoso, tostato, amaro, avvolgente. Col passaggio della lingua sul caffè, puoi lambire la differenza tra il derivato in polvere e quello macinato a mano, puoi assaporare la differenza tra un arabico e un Liberica, puoi accarezzare le colline su cui la piantagione è cresciuta, immaginando fino mai le nervature e i polsi che hanno trasmesso la loro forza a quei chicchi così reticenti. «Sant’Iddio, se è caldo», dovetti ammettere. Quando perdi la vista, vedi molto meglio. Vedi cose che altri non vedono. E forse un motivo per cui gli altri non le vedono, sta nel fatto che ti fanno male, ti bruciano. «Non nominare il nome di Dio invano, Alan.» Non è possibile. Ancora, anche quella mattina, Maddison era lì con me. Quando perdi la vista, vedi molto meglio. Vedi cose che altri non vedono. Come l’angelo che mi seguiva imperterrito.«No, senti», incespicai con la lingua dolorante che ballava come un’anguilla tra le mani di un pescatore, «non puoi seguivmi anche oggi. Non hai di meio da fave? Devo fave una visita impovtante. Lasciami in pace.» Sapevo di risultare più patetico del solito: un omino di colore, sbiancato dall’età, che parlava timidamente a voce bassa, sbagliando persino le parole a causa del mio vano tentativo di raffreddarmi la lingua. Ma la cosa ancora più patetica, era che gesticolavo come se avessi davvero qualcuno davanti a me, quando, di sicuro, stavo parlando da solo anche oggi. «Sono qui apposta proprio per quella visita importante, Alan. Ma se vuoi nominare il nostro Signore, ti esorto di farlo in una preghiera.» «No, ascolta, non…non voglio ripetermi. Mi hai pedinato al telefono già abbastanza, adesso non cominciare a seguirmi. Ho perso un treno, mi sono bruciato con la moca e ho calpestato la zampa di Raul per colpa tua. Ora, ti prego, lasciami in pace.» Tirai le monetine sul tavolo per pagare il caffé, prima che qualcuno si avvicinasse. Ma qualcosa cadde, perché sfiorai un pezzo di carta, forse il tovagliolo, e Raul, il mio dolce cane guida, bofonchiò qualcosa. «Aspetti che l’aiuto.» Ecco, la cameriera era accorsa verso di me in soccorso. Forse aveva visto tutta la scena e chi sa com'era sembrata ai suoi occhi. «No, no, lasci stare, la prego», i passi della cameriera mi fecero dondolare la testa. Stavo per rinominare Dio, come esclamazione o esortazione. Ma non volevo che Maddison mi cacciasse in un’altra situazione imbarazzante.«È…è buono?» La voce della cameriera proveniva dal basso. «Sono buonissimo come un muffin al cioccolato.» È per questo che mi dicono che ho un ottimo senso dell'umorismo. La mia frase l’aveva fatta ridere. Abbassai la testa e indicai il mio dolce Raul. «Ah, ma diceva al mio compagno di viaggi? Mi perdoni», lo accarezzai con qualche pacca sul posteriore. «È un ragazzone dal cuore d’oro, come può vedere. Può vedere almeno lei, giusto?» Ho l’abitudine di interessarmi sempre sulle condizioni oftalmiche del mio interlocutore. Forse ho la speranza un giorno di incontrare qualcuno che mi dica “no, amico, siamo sulla stessa barca“, che smorzi il mio sorriso e tutta quella snervante insistenza di mostrarmi un burlone di fronte a un paio di occhi in cui non potrò mai riflettermi. Ecco, questo era il riassunto della mia vita: un cieco che si sforza di apparire. Raul sbuffò, facendomi sapere che apprezzava le carezze della cameriera. La sua coda sulla mia gamba sbatteva come una lancetta impazzita, le morbide carezze allisciavano piano il pelo. «Questa donna ha un’anima molto bella, Alan. Avrà all’incirca quarant’anni, capelli scuri, pelle scura come la tua e un bel sorriso. Piace anche a Raul, dopo tutto.» «Raul è un cucciolone muscoloso e il muscolo più pompato che ha è il cuore.»«Si vede che è buono», rispose la cameriera. Come le potevo spiegare che non mi rivolgevo a lei stavolta? «Sì, è vero, signorina. Si vede proprio che è buono.» «Ehm…mi scusi. Forse sono inopportuna», tentennò, forse era convinta che quel “si vede” fosse di troppo. «Non si preoccupi. Almeno spero di averla convinta che il mio amico qui è un bravo ragazzo.» «Sì, è proprio un bravo ragazzo. Dicono che i pitbull siano cani cattivi, ma sono tutte dicerie.» «Un pitbull? Ma io avevo chiesto un Labrador!» La cameriera rise di nuovo. Un gorgeggio delicato, da cantante, da ragazza in una sera d’estate. Forse ero arrossito. Abbassai il capo per non farmi notare. Questo gesto involontario forse mi fece arrossire ancora di più, perché la cameriera rimase lì e mi appoggiò una mano sulla spalla. Il profumo del caffè mi travolse, fu inutile l’odore del sapone o dei pancake caldi e delle spremute d’arancia. Le sue mani sapevano di un intenso, aromatico, miracoloso caffè che non poteva essere nascosto, lo sentivo fin sul palato, lo facevo rimbalzare fin sul cuore. «Le fa piacere se…posso accompagnarla da qualche parte?» Non riuscii a interpretare l'affermazione che mi aveva appena posto la cameriera. «Sta ancora sorridendo, Alan.» «Senta…scusi la domanda, signorina. Ma…lei ha sentito?» incespicai, ma alla fine glielo chiesi. «Mh, cosa di preciso?» «Una voce, quella che ha appena detto che sta sorridendo», avrei potuto quasi sentire il movimento che fece con la testa e con le sopracciglia increspate. «No…non credo.» La cameriera si era discostata, forse mi osservava con occhi diversi. Forse non sorrideva più. «Lasci perdere. Le chiedo scusa.» Ecco. Meglio dirigersi in fretta verso l’uscita. Anche stavolta quel dannato di Maddison lo sentivo solo io e non lo vedeva nessuno. O forse tutti mi stavano facendo un enorme scherzo, quello che il destino aveva incominciato dal momento in cui mi avevano diagnosticato la cecità permanente. Mi affrettai, presi il cappotto, presi Raul, l’ultima goccia d’orgoglio che mi era rimasta e mi diressi verso il mio appuntamento, anche prima dell’orario prestabilito. Avrei usato di nuovo la scusa che non avevo visto l’ora. «Signore, sicuro di stare bene? Ha lasciato più monete di quelle che servano, mi permetta di accompagnarla almeno alla porta.» La cameriera era ancora là. «Non si preoccupi, signorina, davvero. Ho un appuntamento importante, non voglio disturbarla ulteriormente.» Volevo assolutamente, il più in fretta possibile, sapere cosa mi avrebbero detto i dottori, se il mio esame avrebbe posto fine o inizio alla mia vita. Volevo sapere, poiché se mi avessero detto quelle fatidiche parole che iniziano con "can" e finiscono con "cro", era la volta buona che mi buttavo dalla finestra. «Alan? Perché devi essere sempre così melodrammatico?» «Perché sento, parlo e tocco una persona che dice di essere un angelo, ma nessun altro la vede. E ti giuro, quant’è vero il santissimo Iddio, che voglio farla finita con questa storia. Che mi sembra sia già abbastanza patetica da raccontare, figuriamoci da vivere.» Uscii dal locale in fretta e furia, con la voce del bar, della cameriera e degli sguardi che sicuramente dovevano avermi seguito. Maddison appoggiò una sua ala sulla mia spalla, come per abbracciarmi, per proteggermi. «La vita, Alan, è come un caffè. Amaro per necessità, dolce per abitudine. E pensa la fortuna che ti è stata concessa nell’avere la possibilità di assaporarlo in un modo così prodigioso. E ora… Cosa ti avevo detto sul non nominare il nome di Nostro Signore invano?» «Va bene, Maddison, pregherò: ti prego di renderti visibile, per gli altri, rendendomi ricco sfondato. E se proprio non vuoi dimostrare che non sono pazzo, almeno rendimi giustizia e non dimostrarti un cancro al cervello.» Le piume di Maddison frusciarono sulle mie spalle come una brezza di sole. Quante persone avrebbero voluto provare quella sensazione, quanti avrebbero pianto e riso, sentendosi benedetti da una presenza simile. «Alan, mio caro, un giorno ti verrà rivelato il motivo per cui, grazie ai tuoi occhi socchiusi, tu sia stato prescelto come la mia guida.» «Sì, me l’hai già detto. Inizio a pensare che sia merito della mia di guida. Senti come Raul apre la folla.» Raul volse il suo tronco massiccio per bofonchiarmi un abbaio. In quel momento si fermò, si attaccò alla mia gamba e scodinzolò.«Che ti prende, vecchio mio?» «Niente. La stavo aspettando», anche se non era facile interpretare espressioni e profumi di Maddison, avevo la sensazione che stesse sorridendo. Movimenti alle mie spalle, un intenso raggio di sole. Sentii una mano che mi trattenne per la spalla. Il profumo del caffè mi travolse, inutile l’odore del sapone, dei pancake caldi e delle spremute d’arancia. Le sue mani sapevano di un intenso, aromatico, miracoloso caffè, lo sentivo fin sul palato, lo facevo rimbalzare fin sul cuore.Elisa Erriulisa Erriu
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© 2019 by Elisa Erriu. Journalist & Writer

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